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Gestione e risoluzione dei conflitti: un caso concreto. (di Luigi D’Ettorre)

Con questo contributo voglio dimostrare teoricamente e soprattutto praticamente come nascono e vengono gestiti i conflitti tra diversi stakeholders quando la dimensione è locale.

Innanzitutto, la premessa è d’obbligo, questo genere di confronti, che molto spesso si trasformano in conflitti, sono una caratteristica dell’era che stiamo vivendo e che può essere definita postmoderna. Termine, questo, utilizzato per la prima volta negli anni Trenta del ‘900 da Federico de Onìs per indicare un movimento di contrapposizione al modernismo letterario e da Arnold Toynbee per designare l’imperialismo di fine secolo. In ambito filosofico fu utilizzato per la prima volta da Jean – François Lyotard nel suo celebre volume La condition postmoderne, datato 1979.

Gli elementi che segnalano il cambio di paradigma sono diversi e, schematizzando, sono i seguenti:

- FINE DELLE GRANDI NARRAZIONI (IDEOLOGIE e SCIENZA MODERNA)
- IDEOLOGIE: fine delle grandi narrazioni collettive e di massa che hanno contraddistinto nel bene e nel male tutto il XX secolo. In particolare comunismo e fascismo.
L’unità religiosa europea che era stata minata dalla Riforma protestante e definitivamente spezzata con la fine della Guerra dei Trent’anni (guerra di religione tra cattolici e protestanti) e la pace di Vestfalia, segnò l’inizio della modernità dal punto di vista sociologico. La religione, così, dovette essere sostituita dall’ideologia. Nolte definisce le due grandi ideologie del ‘900 (comunismo e fascismo) fenomeni transpolitici. In estrema sintesi una dottrina politica fa uso di elementi religiosi per conformarli e applicarli alla realtà di tutti i giorni. E’ quella che Eric Voegelin chiama trascendenza immanente. Che nel breve periodo può dare risultati in termini di consenso, proselitismo e organizzazione ma alla lunga si rivela il fattore principale di debolezza e causa del fallimento.
- CRISI DELLA SCIENZA MODERNA (o normale) e avvento della scienza postmoderna (o postnormale). Con lo sganciamento della bomba atomica e l’osservazione dei suoi effetti sull’uomo e l’ambiente, ci si rende conto che l’uomo, per la prima volta, ha posto le basi di una sua potenziale autodistruzione. La scienza, quindi, al contrario di quanto si pensava fino ad allora (dall’Illuminismo), non è una corsa infinita unidirezionale verso il progresso, ma può causare anche gravi danni all’Uomo, fino addirittura a minacciarne la sopravvivenza stessa.
Inoltre, a differenza della modernità, i test e gli esperimenti per verificare gli effetti di una scoperta non sono più eseguiti in laboratorio, ma direttamente nel mondo. La scienza esce dai laboratori.
Inoltre, con il postmoderno, viene a cadere la differenza tra sapere esperto e sapere profano. Il primo è proprio della comunità scientifica ed è proprio dei tecnici e degli scienziati, il secondo è caratteristico di tutti quei soggetti che non fanno parte dell’intellighenzia mainstream, ma, in virtù delle proprie conoscenze accumulate soprattutto grazie all’osservazione e all’esperienza, possono partecipare attivamente e significativamente al dibattito su una determinata tematica (es.: disastro del Vajont. In quell’occasione la gente del posto, in particolare contadini e pastori che conoscevano perfettamente il luogo, criticarono aspramente la decisione di costruire una diga per interrompere il fiume. Opera, questa, a cui hanno lavorato ingegneri, geologi e tecnici vari, tutti smentiti dall’apparente “incompetenza” delle persone comuni..). Quindi l’importanza acquisita dal sapere profano dilata la comunità degli esperti.
Infine ci si accorge che le applicazioni scientifiche potrebbero instaurare conseguenze incontrollabili e difficilmente gestibili (es.: morbo della “mucca pazza”, sperimentazioni transgeniche, ecc..).
Tutto questo contribuisce ad edificare un paradigma di società chiamato da Ulrich Beck Risikogeselschafft (società del rischio). In sostanza il sociologo tedesco, dopo aver operato una differenziazione concettuale tra rischio (tutto ciò che dipende da una decisione) e pericolo (evento indipendente dalla volontà della persona) afferma che nella modernità i pericoli per le persone erano maggiori dei rischi, mentre nella postmodernità i rischi sono maggiori dei pericoli.
- PASSAGGIO DALLA SOCIETA’ INDUSTRIALE e FORDISTA, dominata dalla fabbrica e dal lavoro manuale e materiale come motori delle economie nazionali, ALLA SOCIETA’ POSTINDUSTRIALE e POSTOFORDISTA, in cui ad emergere sono il settore terziario e terziario avanzato, il lavoro immateriale e cognitivo. Inoltre da una società votata prettamente alla produzione si è passati ad una marcatamente dedita al consumo (significativa l’esperienza della scuola di Francoforte di Horkheimer, Adorno, Marcuse);
- Nella modernità l’AGIRE sociale della persona era di tipo STRUMENTALE, cioè razionale rispetto allo scopo (nella classica visione weberiana); nella postmodernità a primeggiare è l’AGIRE ESPRESSIVO, razionale rispetto al valore.
- TRAMONTO DEL MONOCULTURALISMO. Si assiste alla fine del predominio di una cultura specifica all’interno della nazione.
- Nel SISTEMA DELLA PERSONALITA’ il cambiamento più significativo riguarda il passaggio dal processo di socializzazione (costruzione dell’ego, ovvero l’aspetto più esterno della personalità e interiorizzazione di norme e valori fin dalla più giovane età) descritto da Freud e Parsons al processo di individuazione (costruzione del sé e entrata in contatto con la propria “ombra”, con le proprie pulsioni) analizzato da Jung.

È proprio dal binomio rischio / pericolo che muove l’analisi di questo scritto e l’applicazione pratica che voglio descrivere. Infatti il caso concreto è quello della realizzazione di una wind-farm a Castelguidone, piccolo centro in provincia di Chieti al confine con il Molise.

Uno dei tratti caratteristici che connotano meglio l’era postmoderna è il fatto che le opere infrastrutturali, più o meno grandi, generano quasi sempre contrasti e scontri anche violenti tra i vari attori in campo, tra i vari stakeholders (portatori di interesse): azienda interessata al profitto, amministrazione locale (in genere Comune) e regionale, comunità locale, associazioni ambientaliste, partiti e movimenti politici, sindacati, organizzazioni padronali, associazioni religiose. Questo perché c’è la consapevolezza del fatto che la realizzazione di opere del genere la stragrande maggioranza delle volte presenta costi concentrati localmente e benefici distribuiti globalmente. Quindi il lavoro di mediazione a cui si andrà incontro sarà impegnativo, duro e laborioso e non è detto che porterà a dei risultati soddisfacenti.
Troppo spesso si dimentica, infatti, che centrali sono i fattori che rendono accettabile l’esposizione a eventuali rischi. Essi sono essenzialmente quattro, ordinati gerarchicamente:

1) Volontà di esposizione al rischio. Esempio estremamente concreto dal quale estrarre la regola generale: nel Comitato Dinamismi (nato per opporsi alla realizzazione della wind-farm) ci sono più persone che fumano e questo, apparentemente, può sembrare una contraddizione rispetto alla richiesta di salubrità che ci si augura venga mantenuta intatta nel territorio (oltre tutti gli altri motivi su cui sorvolo) e per la quale si sta portando avanti la lotta. Il problema sta proprio che nel fatto che nel caso del fumatore c’è la volontà personale di esporsi al rischio; non è imposta da nessuno e quindi è accettabile dalla persona. Per quanto riguarda l’installazione delle pale eoliche, al contrario, il discorso cambia: non c’è la libera scelta delle persone di attentare alla propria salute e/o incolumità e quindi non c’è volontà di esporsi al rischio (fermo restando che si sta parlando di una problematica dibattuta e per molti versi controversa. Ma ciò non toglie che c’è un timore tangibile in larga parte della popolazione. E questo è un fatto che un’amministrazione democratica dovrebbe tenere in considerazione);

2) Conoscenza del rischio. In genere più il rischio è conosciuto più è accettato.

3) Comunicazione del rischio.

4) Costi/benefici.

Questo modello è stato più volte confermato da ricerche sociali sul campo, su esperienze concrete, tra le quali la più nota è quella relativa al caso Monfalcone (Gorizia).

Come si può ben vedere il fattore tanto tirato in ballo nelle discussioni, cioè il rapporto costi/benefici, è solo il quarto! C’è una ragione a tutto ciò: i benefici, elevati che possano essere, non compenseranno mai un eventuale danno provocato dall’impianto. Se la magnitudo dell’impatto è troppo elevata è difficilmente accettabile dalla popolazione, nonostante il dato statistico. Il Comitato Dinamismi ha portato dati relativi a studi giapponesi e scandinavi che dimostrano come, sul lungo periodo, queste torri eoliche provochino danni gravi alle strutture nervose e non solo. Questo è l’esempio calzante di quanto detto: a magnitudo d’impatto alta corrisponde una sorta di principio di precauzione automatico che sorge nella comunità locale (o in parte di essa) che rende le persone indisponibili a barattare la propria salute con qualsiasi altro vantaggio, come se fosse merce di scambio normale.

Nel dibattito tenutosi a Castelguidone tra cittadini, amministrazione comunale e società realizzatrice si è assistito ad un muro contro muro tra società da una parte e Comitato dall’altra, con l’amministrazione che fungeva da baricentro riequilibratore tra i due stakeholders. Ruolo questo (quello del soggetto super partes) che, benché svolto con impegno e dedizione dal Sindaco, non può essere rivestito nel migliore dei modi dall’amministrazione comunale poiché essa stessa è parte in causa, cioè stakeholder. E, siccome è lei che firma i contratti con la società e in questo caso, pare, in maniera abbastanza convinta, è evidente che, in sede di dibattito pubblico e soprattutto di predisposizione di tutto il necessario affinché l’affare vada in porto, propenda per un’affinità di vedute con la società realizzatrice.
Nel dibattito, dicevo, da una parte c’era Ipotenusa s.r.l. (l’azienda) la quale, per rendere accettabile il rischio agli occhi dei cittadini, insisteva molto sul fattore costi/benefici e in seconda battuta sulla comunicazione del rischio (e questo, oltre ad essere corretto nei confronti delle persone è anche una tattica precisa per dimostrare come non si voglia esporre solo i vantaggi, in quanto il tutto verrebbe visto con sospetto dai cittadini); dall’altra parte, invece, il Comitato Dinamismi, nel quadro del modello che ho descritto sopra, evidenziava, seppur inconsapevolmente, il primo fattore che incide sull’accettabilità del rischio: la scelta dei cittadini di esporsi volontariamente e consapevolmente al rischio.

Apparentemente si è di fronte ad un vicolo cieco, ad una dialettica aspra dalla quale non ci si può attendere nessuna soluzione che soddisfi entrambi i fronti. Ogni “fazione” rimane arroccata sulle proprie convinzioni ed è indisponibile a fare la minima concessione all’altra. La Scuola della pragmatica della comunicazione umana di Palo Alto (Usa) ha definito questa particolare condizione punteggiatura, cioè quel processo circolare della comunicazione in cui si confrontano/scontrano due (o più) punti di vista diversi e che non porta sostanzialmente a nulla, a nessuna decisione e a nessun risultato concreto. Non c’è contaminazione tra le parti e quindi si perpetua il conflitto. Il classico circolo vizioso. E’ decisivo, quindi, il cambio del punto di vista, che spesso solo un soggetto terzo può garantire. Nella gestione dei conflitti è nodale. Nel caso specifico di Castelguidone andrebbe individuato un soggetto istituzionale che sappia sbloccare la discussione e nel contempo garantire la salvaguardia dei diritti di tutti i portatori di interessi in campo.
E’ evidente che l’ente Comune è già di per sé competente per prendere decisioni risolutive ma, vista la frattura sociale creatasi e inaspritasi nel paese, potrebbe dare un segnale di apertura e disponibilità nell’andare incontro alle richieste del Comitato (che ricordiamo rappresenta una fetta non indifferente della cittadinanza) facendosi promotore di un intervento di un soggetto istituzionale terzo, in una sorta di principio di sussidiarietà verticale incentrato sulla mediazione.
Questo tenendo conto del fatto che il Comune deve pur arrivare ad una presa della decisione. Per questo, nell’interesse del Comune stesso, è necessario allargare il campo dei decisori, poiché, più sono numerosi minori sono i costi e i rischi derivanti dalle decisioni stesse; senza dimenticare e, anzi, mettendo in preventivo, che più stakeholders dilateranno il tempo necessario per prendere la decisione (legge del sovraccarico). L’aumento dei tempi, ad onor del vero, potrebbe portare a un no decision making, ovvero ad una incapacità nel prendere una qualsiasi decisione. La necessità è quella di tenere unite le due questioni: partecipazione e coinvolgimento di tutti i soggetti e approdo a una decisione definitiva.

Senza scendere nei dettagli della vicenda, ma per costruire un “modello” perseguibile anche a Castelguidone, torniamo al caso Monfalcone (Gorizia). Allora l’intenzione era quella di creare un impianto di rigassificazione per l’approvvigionamento energetico. Daniele Ungaro, professore di Sociologia politica all’Università di Teramo e a quella di Trieste ha descritto così la vicenda: “il progetto, avanzato dalla Snam (società nazionale per l’approvvigionamento del metano) rappresenta il primo caso in Italia di un processo di negoziato per l’installazione di un impianto “a rischio”. I proponenti hanno cercato di creare la massima partecipazione possibile alla decisione, coinvolgendo tutti gli stakeholders istituzionali. La Snam ha agito essenzialmente nell’ambito di una logica d’azione economica, cercando di presentare il progetto, all’interno di una strategia di vendita, simile a quella finalizzata per piazzare un prodotto sul mercato. Ciò ha avuto successo nei confronti della maggior parte degli attori istituzionali, tendenzialmente favorevoli all’installazione dell’impianto, sulla base del calcolo razionale dei costi e dei benefici, e di una contrattazione di quest’ultimi. Non ha avuto successo nei confronti di quegli attori che hanno rifiutato una logica economica a favore di una eco-logica [...]”. Da evidenziare il fatto che in questo caso il consiglio comunale di Monfalcone ha indetto un referendum popolare il cui risultato sarebbe stato vincolante per l’amministrazione comunale, dimostrando apertura, democraticità ed equidistanza (benché il sindaco fosse tendenzialmente favorevole..) nel confronto che era partito e che suscitava opinioni e sentimenti contrastanti nella cittadinanza, creando spaccature profonde se non veri e propri “fronti”. In quel caso il Comitato contrario all’installazione del rigassificatore (No terminal) seppe mobilitare e convincere la maggioranza della popolazione a rigettare il progetto e vinse la “sfida”, inizialmente impari, contro il fronte del SI (votanti il 63,5% degli aventi diritto; NO: 62,1%, SI: 37,9%).
In conclusione bisognerebbe portare avanti due operazioni: la prima è coinvolgere tutti gli stakeholders nel tavolo negoziale, riprendendo le trattative e magari giungere ad un accordo soddisfacente per entrambe le parti; in un secondo momento potrebbe essere utile convocare un referendum il cui esito dovrà essere vincolante per l’amministrazione comunale (e in un certo senso per il Comitato).

INDICAZIONI DI LETTURA

- Democrazia ecologica. L’ambiente e la crisi delle istituzioni liberali. Daniele Ungaro, Laterza, 2004.
- Localismo politico. Daniele Ungaro, Seam, Roma 2001.
- Il processo partecipativo nel caso Monfalcone, Eni-Snam, Milano 1997.
- La società del rischio. Verso una seconda modernità. Ulrich Beck, Carocci, Roma, 2000 (ed. or. 1986).
- Il rischio ambientale. De Marchi B., Pellizzoni L., Ungaro D. Il Mulino, Bologna 2001.
- Sociologia del rischio. Luhmann N., Bruno Mondadori, Milano 1996 (ed. or. 1991).
- La logica dell’azione collettiva. Olson M. Jr, Feltrinelli, Milano 1974 (ed. or. 1965).
- La natura dell’impresa. Il problema del costo sociale. Coase R. H., Asterios, Trieste 2001 (ed. or. 1960).


5 Risposte a “Gestione e risoluzione dei conflitti: un caso concreto. (di Luigi D’Ettorre)”


  1. 1 am
    gennaio 2, 2010 alle 10:04 am

    Devo dire che mi fa piacere leggere che qualche sindaco indice dei referendum il cui risultato sarà vincolante per l’amministrazione. Nel caso delle pale eoliche (ma anche ad es. della tramvia a Firenze) i referendum indetti (in Toscana ne hanno fatti svariati) non sono mai stati vincolanti… ergo molta gente non va a votare e ritengo che servano il giusto.

    Sarebbe meglio che le società proponenti e le amministrazioni facessero prima campagne di informazione “vere” e che poi vi fossero semmai dei referendum in caso di palese disaccordo della popolazione sull’argomento. Ma questa penso sia fantascienza.

    In ogni caso io faccio parte di un Comitato in cui il sindaco ha fatto “marcia indietro”: quel progetto – una volta che lo ha visto – non lo vuole più, la convenzione che aveva stipulato era scaduta alla presentazione dello stesso in Provincia… insomma per una serie di leciti fattori ha cambiato idea…. e viene comunque dileggiato dalla Provincia stessa e minacciato comunque di esproprio dei “suoi” terreni. So che fatti analoghi succedono anche in Puglia, dove non tutti gli amministratori sono favorevoli agli impianti. Ma avranno abbastanza frecce ai loro archi per opporsi ai “signori del vento”?
    Questa è la “partecipazione”, quella che proprio l’assessore all’ambiente Burgin va sbandierando a nome di Agenda 21, cioè di tutti i Comuni d’Italia?

    am, portavoce del Comitato Monte dei Cucchi

  2. gennaio 3, 2010 alle 3:18 am

    Se possibile avrei piacere a ricevere maggiori chiarimenti (e possibilimente un po’ di bibliografia) riguardo gli studi giapponesi e scandinavi che dimostrano come, sul lungo periodo, le turbine eoliche provochino danni gravi alle strutture nervose e non solo.
    Cordiali Saluti

  3. gennaio 4, 2010 alle 2:09 pm

    nel primo link troverà la bibliografia, nel secondo del materiale di vario genere.
    Cordiali saluti.


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